L’ansia sociale può giocare brutti scherzi: è come ritrovarsi soffocata e in trappola, senza via d’uscita. Almeno così è come mi sono sempre sentita.

Ogni strada sembra impossibile da percorrere: dal lavoro, alle uscite in compagnia, agli incontri casuali con persone conosciute.

Giri per strada, e il tuo unico pensiero è che potrebbe sbucar fuori qualcuno che ti conosce, che ti vede e ti saluta, e magari inizia a chiederti per cortesia come stai, che cosa fai, che fine hai fatto in tutto questo tempo.

E la sensazione di disagio e sofferenza cresce: non sai bene cosa rispondere, non sai se quello che dici sia opportuno o sarà disprezzato dal tuo interlocutore. “Alla fine ognuno è fatto a modo suo”, così si dice di solito.

Eppure, ai tuoi occhi, ciò che l’altro pensa di te ha sicuramente del negativo. L’immagine mentale che hai si rifà solo a quello che lui/lei possa pensare di te in quel momento, di quello che dici e provi a raccontare con quattro parole spicce e dal tono poco convinto: tanto tutto quello che dirai sarà poco interessante e sbagliato.

In più: giri da sola, senza sapere bene cosa fare durante la giornata. Il risultato è che senza dubbio sei una povera disgraziata che arranca nel trovare ancora la sua strada e nel capire chi è veramente.

Questo è ciò che si può trarre da un semplice incontro casuale, a spasso lungomare in una tiepida giornata primaverile.

Ma che succede se si deve andare a cena con gli amici perché “sennò non ci sei mai”?

L’ansia monta, e la tristezza avanza.

Il minimo dubbio, la sola possibilità di risultare inadatta a una discussione o incapace nel svolgere un compito, apre le porte al tuo sconforto più profondo. Tocca quella parte di te che cerchi di tenere così tanto nascosta, che inevitabilmente quando è presa alla sprovvista esplode.

Non ci puoi far niente, e non riesci ad uscirne.

Sembra che nessuno ti possa capire: ma come, è così bello uscire con gli amici, andarsi a divertire, conoscere persone nuove, stare in compagnia. Com’è possibile che tu soffra in queste situazioni? Come è possibile che l’unica cosa che riesci a fare è quella di arrivare all’incontro impietrita, rigida e con la gola chiusa, incapace di non pesare ad altro se non alla figura che sicuramente farai perché non sei abbastanza simpatica, estroversa, socievole, sorridente, spigliata e brillante? Otterrai solo un grandissimo fallimento, quella che proverai sarà solo voglia di fuggire e di nasconderti, per non farti vedere in quello stato. Hai solo voglia di scappare e arrovellarti in quelle emozioni così annichilanti che speri riuscire a placare una volta rientrata a casa, invece il peggio è appena iniziato. Un mix di rabbia, tristezza e frustrazione ti avvolge, si chiude su di te portandoti via le poche energie rimaste dalla fase preliminare del tanto temuto incontro “in amicizia”. E rafforza la convinzione che ogni volta sarà sempre peggio.

Forse c’è qualcosa che non va, forse è il caso di parlarne un po’. Non si tratta di una giornata storta, né di un momento no, né di semplice timidezza. Nemmeno le bugie che ti racconti sul fatto che preferisci stare da sola, che sei diversa da tutti loro, che la tua sofferenza in realtà non esiste e puoi benissimo fare come vuoi. Che in realtà non ti interessa, e che gestirai la cosa a seconda del momento. Però a questo punto le bugie non le racconti solo a te stessa, ma anche alle persone che ti vogliono bene: “non ho voglia di uscire, ho da fare, stasera proprio non riesco…”. Tutte inutili e frustranti bugie che ti uccidono dentro, ti fanno sentire un verme. Perché non possono capire. Perché sei diversa. Perché non ci riesci. Perché sei sola e non trovi una soluzione.

 

Allora perché non provare?

Quelli sono momenti non solo difficili, ma penetranti. Alimentano insicurezze e paure di cui l’idea più logica da dedurre è quella di dire: “sono malata, non ho scampo. E’ il mio destino, posso solo cercare di ammortizzare i colpi vivendo con questo fardello per il resto della mia vita”.

Ti senti una menomata, stupida, con qualche rotella fuori posto. L’obiettivo diventa nascondere tutto questo, cercando di mostrare una bozza positiva del tuo modo di essere. Il lavoro è difficile, e direi irrealizzabile.

 

Poi ho conosciuto la psicoterapia: un’ancora di salvataggio.

Niente di facile, c’è poco da fare. Ma un vero e proprio atto di amore per sé stessi, e credo anche per le persone che più ci vogliono bene e che anche noi vorremmo amare senza maschere né artifici.

La possibilità che ci regaliamo è quella di entrare in contatto con chi siamo, di affrontare le difficoltà senza nascondersi né averne paura, ma imparando ad “andarci d’accordo”. Facciamo pace con il buio che abbiamo dentro, accogliendo le emozioni nella loro semplicità.

Il percorso è una vera e propria scoperta di sé e delle proprie risorse.

Il timore c’è sempre, non se ne va con lo schioccare delle dita. Però lo si affronta. Lo si guarda da vicino senza aver paura che si trasformi in catastrofe. Alla fine cos’è che temo di più? Di cosa ho veramente paura? La vergogna che posso provare in presenza di altre persone è solo un’emozione, non è piacevole, ma alla fine passa. Se riesci a comprendere che può succedere, che l’imbarazzo fa parte di noi ed è giusto accoglierlo nel momento in cui si presenta, il resto non conta. Se in più ti accorgi che forse anche gli altri possono provare imbarazzo, ed oltre a quello anche tutta una serie di altre emozioni che ci accomunano l’un l’altro, è ancora più illuminante. Questa presa di consapevolezza ti riporta sul piano di realtà e non ti catapulta via facendoti sentire diversa e irrecuperabile.

Non si può cancellare tutto quello che di noi non ci piace, ma lo si può guardare con occhi nuovi e più tolleranti.

Si tratta di scegliere se voler continuare a condannarsi per ciò che non si è, o rimboccarsi le maniche provando a capire come possiamo aiutarci e farci sostenere.