di
Sara Rustici

Chi decide di intraprendere un percorso psicologico, si avvicina ad un professionista che mette a sua disposizione i propri strumenti e competenze per il raggiungimento di obiettivi comuni prefissati.

Nella terapia lo strumento per eccellenza è la relazione terapeutica ed è per questo che risulta fondamentale porvi attenzione e cura. Quando si parla di “relazione terapeutica” ci si riferisce al legame tra un individuo che soffre psicologicamente e un altro che opera al fine di ridurre tale sofferenza, servendosi di atti psicologici usati in modo strategico e derivati da un modello scientifico della mente, della psicopatologia e della cura.

Se è stata instaurata una buona alleanza terapeutica, il rapporto tra paziente e clinico diventa l’occasione fondamentale per ragionare e acquisire consapevolezza dei propri Schemi, cioè, quelle strutture generatrici di rappresentazioni di sé e dell’altro, che permettono di interpretare la realtà e che generano previsioni e aspettative. Una volta fatto questo, il passo successivo sarà quello di trovare soluzioni utili da adottare e generalizzare in tutte quelle situazioni quotidiane in cui certe attivazioni possono ripresentarsi.

 

Si parla di “esperienza emozionale correttiva” (Alexander e French, 1946) quando ciò che accade nella stanza di terapia rappresenta una esperienza terapeutica in sé, cioè capace di incidere direttamente sulla mente del paziente, nel qui ed ora, senza la mediazione di altre variabili. In Schema Therapy, quanto appena descritto prende il nome di “Reparenting”, in cui il terapeuta cerca di supplire ai bisogni emotivi che le figure di riferimento significative per il paziente non hanno soddisfatto durante la sua infanzia, al fine di correggere gli Schemi Maladattivi Precoci del soggetto. Aspetto, quest’ultimo, di fondamentale importanza perché ci permette di mettere in luce e rendere consapevole il soggetto delle modalità relazionali che, in modo spontaneo e inconsapevole, adotta nella vita di tutti i giorni con le persone con cui costruisce relazioni interpersonali intime e significative.

In gergo tecnico, questa tendenza a riproporre in modo ricorsivo e rigido i propri schemi interpersonali disadattivi, prende il nome di “ciclo cognitivo interpersonale” (Safran, 1984; Safran e Segal, 1990; Safran e Muran, 2000) cioè, un circolo vizioso in cui lo schema disfunzionale dell’individuo determina inconsapevolmente un atteggiamento che provoca una reazione negli altri la quale va a confermare nel soggetto la credenza stessa.

 

Il clinico non viene risparmiato da questi meccanismi che vengono, inesorabilmente, riproposti anche all’interno della stanza di terapia ogni volta che, non accorgendosi di essere esposto alla pressione interpersonale derivata dalla credenza del paziente, reagisce confermando e rafforzando le aspettative disfunzionali e psicopatologiche di quest’ultimo. Ad es. è tipico di molti individui affetti da gravi disturbi di personalità, avere aspettative erronee e distorte sulla terapia e sul terapeuta, che stanno alla base di veri e propri attacchi al clinico, mossi dall’inconsapevole speranza di attivare in quest’ultimo la stessa reazione rabbiosa e punitiva che da sempre sono abituati a ricevere dall’altro.

 

Non scordiamoci che uno psicoterapeuta è, prima di tutto, un individuo a sua volta caratterizzato da specifici Schemi che, alle volte, possono ripercuotersi sulla relazione terapeutica determinando difficoltà e ostacoli, fino ad un vero e proprio momento di stallo definito “impasse terapeutico” cioè, un blocco del percorso di cambiamento in cui sia il paziente sia il professionista vivono emozioni specifiche.

 

Alcuni tra i vari motivi di tale arresto del percorso di cura sono:

– il conflitto tra gli schemi del paziente e quelli del terapeuta (ad es. il paziente che attiva la pretesa di essere curato diventando esigente e critico verso il clinico può attivare in quest’ultimo un senso di incompetenza e inadeguatezza nonché di sottomissione che nel tempo logorerà la terapia fino a che l’individuo deciderà di concluderla);

– l’incompatibilità dei bisogni del paziente con gli schemi del terapeuta che non riesce così a soddisfarli e a svolgere funzione di Reparenting;

– la collusione degli schemi del clinico e di quelli del paziente che determina una identificazione reciproca per la quale il professionista non sarà obiettivo contribuendo, così, al mantenimento dello schema piuttosto che al suo cambiamento;

– la reazione di evitamento e distanza relazionale da parte del terapeuta, alle intense emozioni del paziente e all’attivazione dei suoi schemi, con la conseguente comunicazione inconsapevole al soggetto che non è opportuno provare emozioni così intense.

 

È fondamentale in queste situazioni che il terapeuta sia cosciente dei propri schemi e di quelli del suo assistito, per non cadere “in trappola” e riuscire a svolgere la funzione correttiva di reparenting parziale, evitando di comportarsi come tutte le persone con cui il paziente ha avuto a che fare nella sua vita mantenendo e rafforzando così, le credenze e gli schemi di cui è caratterizzato il paziente. Queste fasi di impasse sono delle vere e proprie occasioni terapeutiche che permettono di esplorare e correggere schemi interpersonali disfunzionali grazie all’intensità e complessità degli stati emotivi implicati.

 

Bibliografia:

 

  • Alexander F., French, T.M. (1946), Psychoanalytic therapy, principles and application. Ronald Press, New York.

 

  • Perdighe, C., Gragnani A. (2021), Psicoterapia cognitiva. Comprendere e curare i disturbi mentali. Raffaello Cortina Editore, Milano.

 

  • Young J.E., Klosko J.S., Weishaar M.E. Schema Therapy (2018), La terapia cognitivo-comportamentale integrata per i disturbi di personalità. Edizione italiana a cura di Alessandra Carrozza, Nicola Marsigli e Gabriele Melli.

 

 

stefania