di
Francesco Baccetti

Quali difficoltà si possono rilevare con un bambino adottato?

 

Questo è solo uno tra i tanti interrogativi della futura coppia genitoriale che si rende disponibile ad accogliere un bambino in stato di abbandono.

La letteratura relativa all’adozione nazionale e internazionale, indica che i figli adottivi possono riportare difficoltà in aree come: l’ autoregolazione emotiva, le capacità relazionali, l’adattamento sociale, l’apprendimento.

Alcuni tra i disturbi maggiormente rilevati sono: il disturbo oppositivo provocatorio (DOP), il disturbo della condotta (DC) e il disturbo da deficit di attenzione e iperattività (ADHD); un’alta incidenza nei bambini adottati di quest’ultimo disturbo, appare collegata all’uso durante la gravidanza di alcool da parte della madre biologica, che andrebbe a determinare diverse problematiche nello sviluppo del feto e del bambino dopo la nascita, tra  cui appunto difficoltà di attenzione e concentrazione (Streissguth et al. 2004).

Tale predisposizione a varie difficoltà psicologiche è da attribuire alle esperienze avverse che questi minori hanno vissuto all’interno della famiglia biologica, esperienze come il maltrattamento infantile, l’abuso sessuale e/o fisico, la trascuratezza nelle cure, determinano un forte impatto negativo sull’organizzazione psicologica della persona (Chistolini 2010).

Un’alta percentuale dei bambini adottati, in particolare se provenienti da lunghi periodi di istituzionalizzazione presentano un modello d’attaccamento di tipo disorganizzato (Della Giulia et al. 2012), in alcuni casi possono presentare invece un vero e proprio disturbo dell’attaccamento che può esprimersi con una sintomatologia internalizzante, con un disturbo reattivo dell’attaccamento o in modo esternalizzante, con un disturbo da impegno sociale disinibito.

Nel primo caso, il bambino si mostra estremamente ritirato dalla relazione, non risponde al conforto e presenta profonda tristezza e irritabilità.

Nel secondo caso, bambino assume comportamenti eccessivamente familiari anche con estranei e mostra una disponibilità ad allontanarsi con un adulto sconosciuto con minima o nessuna esitazione.

In termini eziologici, la matrice è la medesima il neglect in termini di cura e di accudimento, ripetuti cambiamenti nei caregiver primari, allevamento in contesti insoliti e inadeguati (APA, 2014).

Ritornando alla definizione di attaccamento come modello operativo interno, che ci consente di definire noi stessi, gli altri e l’ambiente, è possibile rintracciare un’evoluzione di tale struttura anche in età adulta,

con particolare riferimento al rapporto con il partner. Alla luce di questo tali difficoltà, non sono solo centrali all’interno dell’età infantile, ma risultano essere fondamentali anche rispetto alla vita relazionale in età adulta.

L’ingresso nella famiglia adottante può rappresentare con il tempo un importante fattore di cambiamento di queste prime esperienze avverse, fornendo nuove modalità di cura e di relazione. In alcuni casi, le problematiche riscontrate si riducono attestandosi intorno al 30% circa dopo un periodo di almeno un anno di permanenza nella famiglia adottiva (Dellagiulia, Lionetti, Barone, 2012).

Da tale considerazioni risulta cruciale il processo di informazione, formazione e cambiamento che la famiglia adottiva è invitata a fare nel periodo precedente all’abbinamento con il minore in stato d’abbandono, dal momento che può rappresentare un fattore di resilienza importante nel percorso di vita del bambino.

Programmi di informazione e preparazione dei genitori adottivi incentrati sulla conoscenza di come il trauma impatta sul minore, possono aumentare il senso di autoefficacia genitoriale e le abilità nel fronteggiare i comportamenti più difficili come quelli aggressivi (Sullivan, Murray, Ake, 2015).

In conclusione risulta quindi di estrema importanza per la coppia che si accinge a dare la propria disponibilità ad adottare, non solo espletare il percorso di valutazione presso i servizi territoriali di riferimento, ma anche poter svolgere un percorso di preparazione (sono presenti sia percorsi individuali che di gruppo che misti), per potersi preparare ad accogliere il bambino e poter divenire una base sicura per la crescita e lo sviluppo del minore.

Per approfondimenti:

  • Attili G., “Attaccamento e amore”. Il Mulino,
  • Attili G., “Attaccamento e costruzione evoluzionistica della mente”, Raffaello Cortina Editore,
  • Bramanti, D., Rosnati, R. “Il patto adottivo”. Milano, Franco Angeli, 1998
  • Chistolini, M., “La famiglia adottiva. Come accompagnarla e sostenerla”, Franco Angeli, 2° ristampa,
  • Minuchin, S. “Famiglie e terapia della famiglia”. Roma, Astrolabio, 1976
  • Prieur, B. “Le fratture del tempo nelle famiglie adottive”, in Ecologia della mente, 1998, vol.21, 1
  • Roman M., Palacios J., Moreno C., López A. “Attachment representations in internationally adopted children.”Attach Hum 2012;14(6):585-600. doi: 10.1080/14616734.2012.727257.Pubmed
  • Streissguth, A. , Bookstein, F. L., Barr, H. M., Sampson, P. D., O’Malley, K., & Young, J. K. (2004). Risk factors for adverse life outcomes in fetal alcohol syndrome and fetal alcohol effects. Developmental and Behavioral Pediatrics, 25(4), 228–238.