di
Francesca Batacchioli

“L’esperienza di un padre adottivo”

 

“…. Avevamo scelto le special needs, liste speciali di piccoli angeli con qualche problema. Ricordo quel giorno quando, per email, ci e arrivata la comunicazione della proposta di abbinamento. Avevamo ricevuto la sua prima foto. Era piccolo, magro e stupendo con degli occhi stupendi. Si era lui nostro figlio! Col cuore a mille stavamo diventando i genitori di Francesco.”

Così Giuliano, papà adottivo di Francesco, racconta uno dei ricordi più significativi della sua esperienza di adozione internazionale.

Come è ormai ben noto, la legge del 4 maggio 1983 n. 184 (e successive modifiche), che disciplina anche l’Istituto Giuridico dell’Adozione in Italia, risponde fondamentalmente al bisogno del minore di vivere in una famiglia che lo accolga, lo protegga, lo ami e lo sostenga nella sua crescita, non a quello dei genitori di avere un figlio. La legge. n. 149, che ha introdotto una serie di modifiche al codice civile e alla L. 184, ha cambiato il titolo della stessa da «Disciplina dell’adozione e dell’affidamento» in «Diritto del minore ad una famiglia»; con questa nuova dicitura si è voluto sottolineare la centralità del diritto di ogni bambino a crescere con una famiglia che sia in grado di garantirgli i diritti costituzionali di ricevere affetto e protezione, di venire mantenuto, istruito ed educato (art. 30 Cost.), così da permettergli una crescita armonica.

Se il minore in questione è un bambino dichiarato adottabile, avrà certamente sperimentato una delle più ingenti perdite che sia possibile immaginare: quella delle figure genitoriali che avrebbero dovuto provvedere alla sua tutela, fornendogli cure, vicinanza e protezione.

Sovente i bambini dichiarati adottabili portano con loro una storia di trascuratezza, o di maltrattamento, hanno vissuto un periodo di istituzionalizzazione, o provengono da paesi in guerra; queste esperienze determinano, in molti casi, una serie di problematiche che possono investire anche il livello fisico, ma più frequentemente riguardano quello affettivo e comportamentale.

Innanzi tutto, sia nel caso che il minore sia stato abbandonato alla nascita (perdita primaria) sia che invece sia stato allontanato dai propri genitori biologici dopo un certo periodo (perdita secondaria), una volta inserito nella famiglia adottiva, dovrà costruire un nuovo legame di attaccamento con le figure genitoriali ed elaborare emotivamente la sua esperienza di abbandono.

Francesco è stato abbandonato alla nascita ed ha vissuto per i primi due anni di vita presso un Istituto situato in Asia. La nostra storia di adozione rientra nei percorsi complessi poiché il bambino era inserito nelle liste dei minori con bisogni speciali, ove sono collocati i bimbi che presentano disturbi del comportamento o incapacità fisiche e/o mentali. Tutti i bambini adottati potrebbero essere considerati portatori di bisogni speciali, ma noi eravamo consapevoli del fatto che non tutti i bisogni hanno la stessa entità e che avremmo certamente dovuto confrontarci con bisogni di cure specifiche ed adeguate, sulla base di insufficienti e lacunose informazioni mediche e psicologiche pregresse e senza una certezza sulle prospettive di risoluzione delle problematiche specifiche del bambino.

Il genitore che decide di adottare deve essere disposto ad affrontare un percorso che, passando attraverso la rilettura delle proprie storie, a volte costellate di sofferenza, come individuo, come membro di una diade coniugale e come genitore, lo prepari ad accogliere e dare risposta ai bisogni di un bambino portatore di un’altra storia di sofferenza. L’adozione è un’immensa risorsa, sia per i figli che per i genitori, ma il successo o l’insuccesso di questa esperienza, come documentato in numerose ricerche svolte in Italia e in Europa su centinaia di minori e di famiglie, non dipende solamente dalle caratteristiche del minore o dei genitori adottivi, ma anche dalla quantità e qualità dell’accompagnamento da parte di esperti che la famiglia adottiva ha potuto ricevere.

Oltre al contributo della rete di supporto fornita dall’associazione per adozione scelta e al lavoro terapeutico e sociale fornito dai servizi sociali territoriali, la famiglia adottiva può aver bisogno di un sostegno psicologico individualizzato.

In quali momenti, in quali ambiti e con quali strumenti lo psicoterapeuta cognitivo-comportamentale può essere d’aiuto?

 “Anche se io e mia moglie, già da quando eravamo fidanzati, parlavamo spesso del fatto che ci sarebbe piaciuto adottare un bambino, – racconta Giuliano – la delusione di quando abbiamo scoperto l’impossibilità di procreare fu profonda. Per un po’ ci siamo rivalutati come coppia. Solo un po’ di tempo più tardi abbiamo ripreso in considerazione l’adozione ed abbiamo iniziato con entusiasmo il percorso, certo non privo di dubbi e preoccupazioni.  Mia moglie da quel momento è diventata una mamma nel cuore anche se non nella pancia. La mia paternità è stata una scoperta tutta da fare ed è tuttora un’esperienza meravigliosa. Ricordo la paura della prima notte con lui, ma sapevo e so che i miei timori erano gli stessi di ogni padre che passa la sua prima notte a casa con il suo piccolo bimbo.”

PRIMA DELL’ARRIVO DEL FIGLIO ADOTTIVO

Il lavoro sulla motivazione

La decisione di una coppia di adottare un figlio, arriva spesso in seguito ad una ferita nella loro storia: l’impossibilità di essere generativi. Il passaggio dell’elaborazione personale e di coppia del lutto della sterilità e una tappa delicata e difficile, ma fondamentale da compiere, per scongiurare il rischio di desiderare un figlio come riparazione o risarcimento della loro mancanza e centrarsi sul desiderio di dare e ricevere amore per accogliere come proprio il figlio biologicamente non proprio.

Il lavoro sulle aspettative e la flessibilità psicologica

Una caratteristica rilevante del lavoro con i genitori adottivi è l’accompagnamento nella fase di riflessione sulle aspettative rispetto al figlio, le ansie rispetto alla proprie capacità genitoriali e le proprie risorse personali, nonché suoi cambiamenti dell’assetto e della vita familiare.  Quanto più la madre ed i padre adottivi riusciranno ad aprirsi all’ascolto dei timori dell’altro coniuge, dialogare in modo flessibile e funzionale a poter affrontare le difficoltà che man mano si presenteranno ed accettare i cambiamenti che avverranno dopo l’arrivo del figlio, tanto più sarà loro possibile comportarsi in modo aperto ed accogliente verso quest’ultimo. Ad esempio, molto spesso nella famiglia adottiva, a differenza di quanto avviene nelle famiglie naturali, è il padre che è chiamato ad assumersi la responsabilità dell’inserimento del figlio nel contesto sociale, e a legittimare il ruolo della madre non biologica; ciò richiede evidentemente il distanziamento critico da alcuni criteri di desiderabilità sociale, una buona dose di disponibilità ed una piena consapevolezza del proprio ruolo di coniuge e genitore.

Il lavoro sull’attribuzione di significato alla propria storia e alla storia del bambino

La rappresentazione interna di noi stessi, del mondo e degli altri attraverso le prime relazioni di attaccamento. Il sistema di attaccamento riguarda i comportamenti con cui il bambino, o l’adulto, mantiene una relazione con la sua figura di attaccamento e si correla alla possibilità di un maggiore o minore adattamento psicosociale dell’individuo. Lo stile di attaccamento precoce dell’individuo può anche essere predittivo di fattori di rischio di psicopatologia in età evolutiva.

Il genitore adottivo deve necessariamente confrontarsi con la rilettura della propria storie di attaccamento per essere in grado di dare un significato ai propri comportamenti in relazione alle proprie esperienze, per poi essere in grado di attribuire significati ai comportamenti ed alle emozioni del figlio adottivo ed impegnarsi a fornirgli una base sicura a cui fare riferimento per elaborare la propria storia.

Parlare della mia infanzia per la prima volta con un esperto e comprendere man mano che padre sarei stato – sostiene Giuliano – è stato molto interessante ed arricchente.

DOPO L’ARRIVO DEL FIGLIO ADOTTIVO

Il lavoro sulla genitorialità ed il parental training

I genitori adottivi posso richiedere un intervento di supporto in merito al parenting, cioè alle proprie capacita genitoriali di sostenere lo sviluppo del figlio, di educarlo, promuovere la sua autonomia e valorizzare le proprie specifiche attitudini. Alcune volte si renderà utile un intervento volto affrontare nuove e specifiche difficoltà presentate dal figlio che i genitori non si sentono in grado di gestire; altre volte può rendersi necessario un intervento nei casi in cui il bambino presenti un vero e proprio disturbo.

 

Bibliografia:

 

  • Attili G. (2007) Attaccamento e costruzione evoluzionistica della mente. Normalità, patologia, terapia. Raffaelo Cortina Editore. Milano.
  • Barcons-Castel N., Fornieles-Deu A., Costas-Moragas C. ( 2011). International adoption: assessment of adaptive and maladaptive behavior of adopted minors in Spain. Span J Psychol. 14(1):123-32.
  • Bowlby J. (1989). Una base sicura. Raffaello Cortina Editore. Milano.
  • Buonanno C., Capo R., Romano G., Di Giunta L., Isola L. (2010). Caratteristiche genitoriali e stili di Parenting associati ai disturbi esternalizzanti in età evolutiva. Psichiatria e Psicoterapia, Vol 3.
  • Crisma M. (2004). Affrontare l’adozione. McGraw-Hill Editore. Milano.
  • Dattilio F. M. (2013). Terapia cognitivo comportamentale per le coppie e le famiglie. Firenze.
  • De Leo G., De Gregorio E., Landi S. e Vitale F., (2005) Il fallimento dell’adozione internazionale: un’indagine esplorativa con gli operatori degli Enti autorizzati, Terapia familiare, n. 79, pp. 49-78.
  • 4 maggio 1983 n.184. Diritto del minore ad una famiglia. Gazz. Uff. 17 maggio 1983 S. O.
  • Lorenzini S., Mancini M.P. (2007). Adozioni internazionali: un nucleo interculturale di affetti, ma non sempre, Quaderno n. 14, Servizio politiche familiari, infanzia e adolescenza, Regione Emilia Romagna.
  • http://www.minoritoscana.it/sites/default/files/report%20RT%20adozioni%202012%20web.pdf