di
Silvia Timitilli

 

Un commento apparentemente scanzonato, uno sguardo di sfuggita e una risatina, un curriculum potenzialmente di tutto rispetto che finisce in fondo alla lista dei candidati perché una persona così “fuori dagli schemi” non può certo essere affidabile…ecco solo alcuni esempi di pregiudizio e discriminazione nei confronti delle persone LGBTQ+.

Non sembrano fatti di per sé gravi se presi singolarmente, anzi si rischia di venir tacciati di ipersensibilità o addirittura paranoia: “Dai ma che dramma fai! Ha fatto solo una battuta! Te la prendi troppo per quel “frocio” lo sai che lo dice per scherzare!”, “Ma secondo te ti possono aver scartato per come eri vestita?! Evidentemente il tuo curriculum non era buono e poi, se sei così paranoica, la prossima volta vestiti in modo normale, così lo vedi che vai più sul sicuro!”.
Proviamo a immaginare una vita costellata di questi piccoli eventi, di sguardi e risatine nei corridoi a scuola, in palestra e a lavoro. Si tratta di anni in cui queste esperienze si accumulano giorno dopo giorno e lasciano un inevitabile segno. Un segno che ormai la scienza afferma non essere attribuibile a una qualche patologia insita nell’orientamento omosessuale (il 17 maggio 1990 l’omosessualità venne definitivamente eliminata dal manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali), ma si tratta di un segno che a tutt’oggi persiste.

Le persone LGBTQ+ non sono “malate” ma soffrono…cosa determina allora la loro sofferenza?

Una spiegazione viene fornita da uno dei modelli teorici maggiormente accettati nella letteratura scientifica: il Minority Stress Model di Meyer (1995, 2003).

Per comprendere il modello si deve partire dalla definizione del concetto di Minority Stress che costituisce la condizione di stress continuativo, macro e micro traumatico, a cui sono sottoposti i membri di una minoranza sessuale. Secondo Meyer (1995) tale costrutto è determinato da tre fattori che si collocano lungo un continuum che va da una dimensione maggiormente soggettiva ad una prevalentemente oggettiva:

  • Omofobia interiorizzata
  • Stigma percepito
  • Esperienze vissute di discriminazione e violenza.

Quest’ultimo fattore fa riferimento alla componente più “oggettiva” del costrutto, si tratta di eventi che possono assumere la connotazione di un’esperienza traumatica acuta, come ad esempio subire un’aggressione fisica mentre una coppia gay o lesbica è a passeggio, o di un’esperienza traumatica cronica sopprimendo, ad esempio, le manifestazioni di affetto in pubblico a causa di sguardi o commenti.

Lo stigma percepito costituisce la componente intermedia del minority stress, in quanto in parte oggettiva e in parte soggettiva: si tratta della percezione del rifiuto sociale, cioè del processo attraverso il quale l’individuo LGBTQ+ si aspetta di subire eventi di discriminazione, elemento che lo porta a mantenere costantemente alta la vigilanza verso l’ambiente circostante al fine di evitare tali fenomeni. Tanto maggiore sarà tale percezione, tanto maggiore sarà il livello di vigilanza da parte dell’individuo per dissimulare la sua omosessualità e, di conseguenza, tanto maggiore sarà il ricorso, da parte di quest’ultimo, a strategie di coping disfunzionali.

Infine l’omofobia interiorizzata costituisce la componente più squisitamente soggettiva del minority stress e consiste nel risultato dell’interiorizzazione da parte delle persone LGBTQ+ dei pregiudizi, dei pensieri, degli atteggiamenti e dei sentimenti negativi che la società nutre nei loro confronti.

Le tre dimensioni appena descritte correlano tra loro e si potenziano vicendevolmente, spiegando in questo modo la grande sofferenza che colpisce questo insieme di persone.

Come alleviare dunque questa sofferenza? Eventi di sensibilizzazione, informazione e formazione rivolti a tutta la cittadinanza e al personale socio-sanitario sono i primi passi da effettuare per combattere lo stigma, del resto, come scrive Emanuela Breda, “la tolleranza è una conquista dell’educazione e una sconfitta del pregiudizio”.

 

 

Per approfondimenti:

 

Meyer, I.H. (1995). Minority Stress and Mental Health in Gay Men. Journal of Health and Social Behavior, 36(1), 38-56.

 

Meyer, I.H. (2003). Prejudice, Social Stress, and Mental Health in Lesbian, Gay, and Bisexual Populations: Conceptual Issues and Research Evidence. Psychological Bulletin, 129(5), 674-697.